Qualche settimana fa l’OCSE ha stilato la mappa riguardo gli skills della popolazione dai 16 ai 65 anni, il cui risultato per l’Italia e gli italiani è a dir poco impietoso. Sono stati analizzati 24 paesi facenti parte l’Organizzazione, fra cui anche il bel paese. Il sondaggio  (Programme for the International Assessment of Adult of Competencies – Piaac), analizza le competenze degli  adulti, in alfabetizzazione, matematica e risoluzione dei problemi in ambienti a forte impatto tecnologico.

Nello specifico le abilità menzionate sono “le competenze  e informazioni base necessarie per gli adulti, in contesti sociali e situazioni lavorative,  per partecipare al mondo lavorativo, dell’istruzione e formazione” . Per approfondire vedasi qui.

Si parla del così detto “analfabetismo funzionale”. Su wikipedia il dato viene dato al 47% circa della popolazione, anzi secondo il Governatore di Banca D’Italia Visco, molto più alta. Una vera e propria patologia. Ridurre questa piaga richiederà molti anni e soprattutto dolorose riforme; senza avete già capito in che direzione andremo. Altro dramma dell’analfabetismo funzionale è che spesso viene respinto dalle nostre classi dirigenti (a tutti i livelli, scuola compresa) ed addirittura in diversi contesti viene preso come fenomeno risibile. La storia condannerà inesorabilmente le nostre menti.

Veniamo al lavoro OCSE. La correlazione fra la produttività del lavoro e l’uso della capacità di lettura al lavoro (grafico sotto) ci da l’evidenza di un enorme gap, fra l’Italia ed il resto dei paesi partecipanti. Infatti in Italia una parte dei lavoratori con alto livello di istruzione o è disoccupato o è sottoccupato.  Il dato è molto più accentuato che in altre nazioni. Non solo. In Italia meno del 5% della forza lavoro ha un livello 4 e 5 di literacy proficiency e circa uno su quattro ha un livello di competenze che non gli permettono di entrare nel mondo del lavoro. Peggio, un altro 5%  è disoccupato.

 

 

 

L’elemento che ci spinge all’ultimo posto, è il basso livello delle competenze riscontrato nella popolazione anziana (55-65). Per contro le classi più giovani ottengono migliori risultati, oltre 20 punti in competenze matematiche e linguistiche, superiore alla media dei paesi partecipanti. Quest’ultimo un buon risultato se estrapolato dal resto. Basta verificare com’ è distribuita la ricchezza in base alle fasce d’età e capirete perché i “padri” hanno profondamente danneggiato i propri figli, a loro insaputa purtroppo, in quanto le competenze dei primi non erano all’altezza del futuro dei secondi. È inutile che ramenti l’età media della classe politica ed imprenditoriale.

Il dato più preoccupante per l’Italia riguarda il livello medio di competenze dei suoi laureati in un confronto internazionale. Le competenze linguistiche dei laureati italiani sono uguali o inferiori a quelle di adulti con diploma di scuola media superiore di paesi a più alti livelli di competenza, come Giappone, Australia o Paesi Bassi.

Ancora, i lavoratori italiani utilizzano queste competenze in modo meno intensivo rispetto agli altri paesi, soprattutto quelle matematiche e linguistiche. Tali copetenze poco utilizzate è un fenomeno che può essere spiegato dal fatto che la struttura produttiva del paese è dominata dalle piccole e medie imprese, le quali utilizzano forza lavoro poco qualificata (non è un opinione). Vedasi per esempio il settore immobiliare che in Italia è molto cresciuto dal 2000 ad oggi, ma è anche il settore con una produttività estremamente bassa. Piccolo sarà anche bello, ma è poco produttivo. Alla faccia di chi sostiene che la frammentazione dimensionale d’impresa è un must.

Sotto la tabella generale sull’indagine condotta dall’OCSE.

 

One Response to Perché l’Italia ha poche chance. 1

  1. Claudio ha detto:

    Mi sembra di ben capire che l’articolo tratta dell’attenzione posta a livello europeo su una componente fondamentale del capitale umano, ovvero le competenze dell’individuo lavoratore nonchè della correlazione tra esse, produttività e dimensione delle imprese.Il tema è certamente d’interesse strategico per il nostro futuro e chi lo ha scritto (il mio caro amico Andrew) lo ha reso piacevole alla lettura nonchè interessante e istruttivo. Ciao Andrew! Grazie! .

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