Difficile continuare a sostenere che è possibile essere felici in periodi di decrescita. Un post di Paolo Manasse riprende un lavoro di tre economisti, Sacks, Stevenson eWolfers, in cui viene messo nero su bianco uno studio che riguarda la crescita di un paese e la relativa felicità di chi lo popola. Spesso trovavamo anche su testate giornalistice importanti, fare riferimento a modelli economici che si rifacessero alla “decrescita felice”, ossia una maggiore percezione della felicità al diminuire del reddito di una nazione.

Qualcosa iniziava già ad essere nell’aria, o meglio anche i meno avveduti iniziavano a nutrire qualche dubbio. Vedasi Grecia, ma anche Italia. In sintesi mentre il Pil greco, ossia l’indicatore di crescita di una nazione, decresceva da una parte, i “felici” decrescevano dall’altra. In Italia il Pil calerà nel 2012 del 2,3% (stime) e dell’1% nel 2013 ed in giro non si vedono più persone felici rispetto a qualche anno fa.

Attendiamo qualche critica da chi ancora oggi sogna il paese dei balocchi, sospinti dal vento della campagna elettorale. Meglio riportare a terra le menti e guardarsi questo grafico che parla da se. La relazione fra il reddito medio delle famiglie e la felicità.

One Response to Infelice a chi?

  1. Shan'do ha detto:

    Con la consueta sintesi, Andrew ha toccato un tema non affatto banale nella recente analisi economica. Senza addentrarsi in tecnicismi, e senza la pretesa di sovvertire o ricusare i dogmi del PIL e della crescita, è interessante notare come l’analisi della “felicità” sociale di un Paese contenga un’informazione molto sottile: la felicità è in altri termini un indicatore della qualità della crescita di un Paese.
    Gli esempi citati correttamente nel post sono quelli di Grecia e Italia: Paesi che hanno conosciuto “fiammate” di felicità, esattamente in corrispondenza delle grandi contrazioni di debito pubblico. Un’altra prospettiva sul debito pubblico: l’acquisto di tempo, finanziario, economico, sociale, e, neanche troppo velatamente, elettorale.
    Ora questo tempo è finito. E tanto era stata ripida l’esplosione di felicità in questi Paesi, per anni sollevati da oneri di bilancio familiare, altrettanto oggi è verticale lo strapiombo di fiducia.
    Pensiamo invece alle grandi democrazie nordiche. Questi Paesi, in testa nelle statistiche mondiali lungo molti assi a basso impatto monetario, ma alto impatto di sostenibilità, hanno da sempre cavalcato le statistiche di felicità, senza visibili erosioni o picchi, in alcuna direzione. Come mai?
    Sostenibilità. Economie sostenibili, ad alto tasso di innovazione. Economie sociali, in cui l’approfittazione e l’accumulo sono socialmente condannate e punite. Economie libere, con campioni multinazionali che innovano e reinvestono. Economie trasparenti, con dati di corruzione pressoché inesistenti.

    … Forse che la felicità e l’economia si trovino proprio in concomitanza della sostenibilità?

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