Un articolo di D’Alimonte stamane sul Sole24ore, mette in risalto il tentativo da parte della sinistra italiana, a 19 anni di distanza, di affermarsi come forza di governo. Probabilmente dalle urne il PD uscirà vincitore almeno alla Camera, nonostante abbia oggi circa il 33% dei voti (l’attuale legge elettorale da al primo partito il 54% dei seggi).  Nel 94 la coalizione dei Progressisti guidati da Achille Occhetto ottenne cira il 34% dei voi. Poco è cambiato a rappresentare la sinistra italiana.

Dice D’Alimonte: ” Il suo nucleo organizzativo e ideologico è ancora quello dell’apparato deil PDS di allora. La sua base elettorale è la stessa, più o meno il 34% dei voti. Certo gli elettori non sono gli stessi. La componente moderata è cresciuta. Il Pd ha più voti del Pds. Eppure la sua base geografica e sociale è rimasta la stessa. Come quella di Occhetto, la coalizione di Bersani ha i suoi punti di forza nelle regioni della zona rossa e grandi città.” Eppure Veltroni nel 2008 perse, nonostante ottenne il 37,5% dei voti. Quindi risulta chiaro che è la destra smembrata che oggi non riesce a prendere i voti delle precedenti elezioni. Una gran parte del vecchio elettorato di Berlusconi è andato verso Monti, identificabile in una parte dei moderati. Altri voti che hanno abbandonato il centro-destra, quindi Pdl e lega, sono andati verso Grillo. Da martedi scopriremo quanti. Quindi è la crisi del berlusconismo a fare la differenza.

“Il Pd ha puntato più sull’identità che sul cambiamento e forse ha avuto ragione.” Tenendo Renzi ancora fermo ai box. Oggi quindi sappiamo che il Pd ha preferito non camiare pelle, evitando “di creare un nuovo blocco politico e sociale. Alla domanda di novità ha risposto Grillo, proprio come fecero Berlusconi e Bossi nel 94”. Una legge elettorale generosa che permetterà “ad una minoranza di governare un paese di cui la maggioranza continua ad essere culturalmente e politicamente di destra” . Tutto normale chiaramente, anche in altri paesi funziona così (vedi vicina Francia).

Alla luce di ciò (e soprattutto dei numeri in Senato che non torneranno) è probabile che il prossimo governo sia un “simil tecnico” o un governo abbastanza debole, visto che a Bersani potrebbe essere richiesto di unire “in matrimonio” Vendola e  Monti. Un primo passo verso i matrimoni civili. L’instabilità potrebbe anche essere acuita nel caso la Lombardia vada al centro-destra, mettendo in evidenza una delle lacune storiche della sinistra, che non riesce a penetrare nell’elettorato nordista. Una falla importante e che evidenzia tutti i limiti di una sinistra ancora troppo lontana dal tessuto produttivo del nord.

Oggi e domani la scelta sarà storica, visto il difficile contesto economico e sociale che stiamo vivendo. Difficile anche perchè le tendenze al cambiamento rimangono deboli. Ma questo è un problema europeo oltre che italiano.

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One Response to Cambiare, ma anche no

  1. Shan'do ha detto:

    Commentare su questo articolo ad elezioni avvenute potrebbe sembrare irridente; eppure voglio sforzarmi di ignorare il responso delle urne, e concentrarmi squisitamente sul messaggio culturale del post.

    Andrew centra in pieno il nocciolo del problema, ovvero l’ampiezza del riformismo che poi è la sostanza politica del PD. Il titolo del post sintetizza alla perfezione l’ambiguità del percorso del centro-sinistra, ovvero uno slancio riformatore mai effettivamente sbocciato in una formazione politica inedita. Le persone sono state più lente delle idee; le strutture, se possibile, ancora più miopi delle persone.

    Lo spunto che vorrei portare alla discussione è una analisi del rapporto tra partito ed elettorato di riferimento. Dopo tutto, non dimentichiamo che è stata la stessa “base”, tramite il mezzo delle primarie, a confermare Bersani a scapito di Renzi; in altre parole, il tronco del PD è ancora legato ad una struttura “vecchia”, burocratica, di chiara ispirazione diessina.
    Ecco dunque che le “colpe” di Bersani non stanno tanto nell’impostazione della campagna elettorale (volutamente sotto le righe, con messaggi prolissi e privi di empatia), quanto nel non aver saputo educare la propria base al vero vento del cambiamento, declinando il meglio dei messaggi dello stesso Grillo, e lanciando definitivamente Renzi per quella che sarebbe stata l’ultima battaglia con il Cav. Bersani (o comunque la colonna dalemiana), in altri termini, hanno una volta di più preferito arroccarsi sulle proprie posizioni e rendite territoriali piuttosto che lanciare il partito in sella al futuro.

    Non è la prima volta che questo succede. Le occasioni mancate da questo PD sono infinite, dalla stessa bocciatura di Veltroni, alla trombatura di Franceschini, alla conferma dell’ottima spalla, ma non protagonista, Bersani. La mancanza di visione ha finora fatto solo il male del PD; non resta che auspicare che i delfini delle segreterie attuali prendano atto dei tanti colpi a vuoto, e sappiano evitare in futuro al Paese quello che ha finora affossato il proprio partito.

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